L’ online dating, già un anno fa, era l’unico settore commerciale del web a fatturare più del porno. Nel 2010 la previsione è che questa tendenza si intesifichi. Sul mercato internazionale i siti si moltiplicano, da Badoo al polemico-ridicolo Beautiful People, al colosso americano eHarmony.

Signore e signori, i giorni della ricerca teorica sono finiti. Si passa all’azione. RazorSister in RazorAction.

Questa single che vi scrive si è iscritta da pochi minuti a Guardian Soulmates, lo strumento di ricerca per anime gemelle del quotidiano inglese The Guardian. Con un nome utente tra il criptico e, ora che ci penso, lo scoraggiante: SusBattlesPinkRobots.

Beh, se l’essere lettori del Guardian è già una pre-selezione automatica dei candidati, dover cogliere il riferimento ai Flaming Lips non fa che stringere il cerchio. In tre minuti il mio profilo è stato visto da 3 utenti e ho un fan. E la mia foto non è nemmeno visibile! I community manager stanno verificando che non sia offensiva ecc. prima di renderla pubblica.

Gli uomini che mi vengono presentati come possibili “matches” variano tra i tipi oddio-poverino-sembra-simpatico e quelli ah-però. Finora, invece di conoscere qualcuno direi che ho saputo qualcosa di inaspettato su me stessa.

Nello sfogliare profili mi sono imbattuta in un 38enne di Londra, con un bel taglio di capelli, occhiali da nerd-cool, viso interessante e una descrizione di sè che mi ha fatto ridere di gusto, autoironica e intelligente. A metà di tale descrizione, il tipo racconta che, dopo un incidente in moto due anni fa, è rimasto disabile e si muove su una sedia a rotelle.

Quest’informazione mi ha portata a cancellarlo immediatamente dalla lista di opzioni, cosa di cui non vado fiera. Per molti, lo stesso effetto sarà provocato dall’altezza, la religione, l’estrazione sociale dell’altro? Vi terrò aggiornati.

Vado a vedere se la mia foto è già online.

Ci sono almeno due cose che, secondo me, accomunano i single alla ricerca del grande Amore. La prima è incappare in relazioni usa e getta. La seconda è rifugiarsi nell’irrazionale per trovare qualche tipo di giustificazione ad un destino che riteniamo inspiegabile.

Simona invasa e atterrita dall'invasione

Nel primo caso, per la legge dei grandi numeri, si sa che più si cerca, più sono alte le probabilità di incappare in relazioni destinate a fallire (per la stessa legge, sarebbe molto più facile trovare casa a Pechino). Nel secondo caso ci si mette a spulciare oroscopi, si fanno test di affinità in base al nome o in base alla data di nascita, ci si affida a formule matematiche confidando nel potere di qualcosa di cui abbiamo un timore reverenziale, un po’ come facevano i greci con gli oracoli.

Suppongo che questo tipo di atteggiamento fatalista sia forse quello che deve aver mosso un giovane economista dell’Università di Warwick, Peter Backus, a convertire l’equazione di Drake, l’astronomo che nel 1961 tentò di stimare il numero di civilità extraterrestri evolute nella nostra galassia con le quali avremmo potuto entrare in contatto, in una formula per trovare il partner ideale.

Così come quando consultiamo un oroscopo in cerca di segni e segnali, il ragazzo ha cercato nelle incognite astrali il motivo del suo celibato. La formula, abbastanza complicata (almeno per me) tiene conto di una serie di variabili quali la popolazione del paese in cui si vive, la percentuale di uomini o donne (nel caso in cui la formula sia volta alla ricerca di un uomo o di una donna) sulla popolazione generale, la percentuale di uomini/donne che vivono nella propria città (se non si vuole una relazione a distanza), la percentuale di uomini/donne che vivono nella propria città e hanno l’età desiderata e un altro paio di parametri (tipo il livello di istruzione desiderata o l’aspetto gradevole, se vi interessa).

L’originale formula di Drake fece stimare allo scienziato l’eventuale esistenza di diecimila forme extraterrestri con le quali entrare in contatto. I calcoli fatti dagli astronomi ci dicono che nel Cosmo ci sono tra 200 miliardi e 400 miliardi di stelle e che in questo modo incappare in un alieno è fantascienza pura. E tuttavia, la conversione della formula ha portato fortuna a Peter che, nel giro di qualche mese, ha trovato la fidanzata che cercava.

Ci ho riflettuto parecchio su questa cosa e ho tratto, come al solito, la più semplice delle conclusioni possibili: Peter deve avere incontrato un alieno. Così si spiegherebbe anche la crescente difficoltà dei single a trovare un soggetto umano e di incappare in relazioni fallimentari a piè sospinto: forse nell’emisfero occidentale è iniziata l’invasione degli ultracorpi. Meglio emigrare e trovare casa a Pechino.

*Grazie a Tommaso Pincio per il titolo che gli ho rubato.

E’ di pochi giorni fa la notizia che il Punto G, il fascio di nervi ipoteticamente situato da qualche parte nell’apparato genitale femminile che, opportunamente sollecitato, provocherebbe lo zenith del piacere, non esiste. L’appassionato argomento di discussione e di ricerca, il mito per generazioni di donne (Il Punto Graefenberg o Punto G prende il nome dal ginecologo tedesco Ernst Graefenberg che più di 50 anni fa lo ha descritto e che dovrebbe trovarsi sulla parete frontale della vagina a 2-5 centimetri d’altezza) è stato sfatato da una recente ricerca di Andrea Virginia Burri e altri ricercatori del King’s College di Londra. La ricerca è lo studio più vasto condotto finora sul punto G (leggi qui l’abstract). Esso ha coinvolto 1.800 donne gemelle, ossia 900 coppie di gemelle mono o eterozigoti, e non ha trovato alcuna prova della sua esistenza. Le coppie di donne, geneticamente identiche, hanno dimostrato di divergere proprio sul punto G: alcune gemelle dicevano di averlo, altre no, dimostrando che altro non è se non un fatto mentale.

Ok, il punto G non esiste, così come l’uomo perfetto, ma noi vogliamo continuare a crederci senza preoccuparci se non lo troviamo ma preoccupandoci di continuare a cercarlo.

A sorpresa si separa una delle coppie più in gamba di Hollywood. Susan, Tim: questo non dovevate farcelo. Intanto si mormora che lei (63 anni) frequenti un trentunenne appassionato di ping pong. Che i 51 anni di Tim cominciassero a pesarle?!

Pong, inventato nel 1972, fu il primo videogioco che creò isteria nelle masse tanto che, si dice, negli Stati Uniti portò addirittura a una momentanea mancanza di monetine. Ora il suo creatore, allora ventenne, sostiene che Pong fu anche uno strumento fondamentale del femminismo perché: “La donna media poteva battere l’uomo medio. E nei bar dove c’era il videogioco si era creato questo sistema per cui era normale che una donna sfidasse un uomo a Pong.” Uhm… magari le femministe di allora non si erano rese conto che invece di sbattersi tanto potevano semplicemente andare a farsi una partita di Pong. Comunque la storia del successo di questo videogioco di culto è divertente e la potete leggere qui.

Nell’arena di una palestra di Manhattam l’atmosfera è rovente. La musica di Iggy Pop suona forte. Sta per iniziare una partita di Roller Derby: cattive ragazze su pattini a quattro ruote, rigorosamente no rollerblades, vestite con uniformi che strizzano l’occhio al vintage, ricoperte di tatuaggi e calze a rete stanno per sfidarsi in una gara di velocità e resistenza tutta al femminile. E’ questo sport esclusivamente femminile il nuovo hype americano. Questa sera giocano le nerovestite Queens of Pain contro le marinarette Brooklyn Bombshells. Sono due delle squadre della Gotham Girls Roller Derby League di New York. Le altre squadre si chiamano Bronx Gridlock, Manhattam Mayhem e Wall St. Traitors. Cominciate a capire lo spirito? Sugli spalti il pubblico è tra i più variegati: giovani uomini attratti dalle ragazze tutta grinta, amici e parenti pronti a sventolare cartelli casalinghi, cacciatori di mode, semplici amanti dello sport, curiosi e anche bambine che hanno già scelto la loro role-model. E non si tratta di Barbie. Un occhio al sito e si legge che: “la Gotham Girls Roller Derby, fondata nel 2003 e attiva dal 2004, è la lega di Roller Derby femminile, completamente autogestita della città di New York. La Lega è formata da donne forti, diverse e indipendenti che provengono dalla città più grande e cattiva del mondo.” Sembra un film di Quentin Tarantino, se non fosse che qui nulla è immaginato da uomini. Nato intorno al 1920 e poi immortalato con un certo successo (ma anche una certa libertà) nello sci-fi anni ‘70 Rollerball, il Derby su pattini da allora è ridisceso velocemente nell’underground. Fino ai giorni nostri, quando un manipolo di riot girrrl l’ha fatto rinascere cavalcando l’onda del post-femminismo. Ma ritorniamo nell’arena: le regole del gioco sono poche ma ferree e, nonostante questo, non mancano i colpi bassi. Su una pista ovale le due squadre giocano a sorpassarsi. Le manches sono flash di adrenalina, la velocità fa perdere facilmente l’equilibrio in curva, i gomiti si alzano, le spalle si scontrano. Tutto intorno si anima un circo colorato. Al lato della pista gli arbitri, unici maschi, in casacca a strisce nere e bianche, gli occhiali da nerd e carpe colorate sugli avambracci, fischiano le infrazioni.  In fondo alla palestra ecco le Jeerleaders, versione mutante delle cheerleaders. Sostengono la squadra con balletti ammiccanti, vestiti esuberanti rubati al burlesque e fisici per niente tonici. Ma le roller girls sono tipe serie: arrivano ad allenarsi anche dodici ore a settimana e ci tengono a prendere le distanze dal baraccone del wrestling. Scegliere il Roller Derby vuol dire giocare con se stesse e con i ruoli. Prendere un nick, fare parte di una gang e diventare una guerriera. Mettersi alla prova continuamente. Non c’è una tipologia di pattinatrice e ogni diversità è accolta nello stesso modo disinvolto e ironico. Questa scena è stata raccontata da Drew Barrymore nel suo primo film da regista, Whip It!, la storia di una reginetta di bellezza controvoglia (Ellen Page) che trova una nuova e inedita dimensione nella sorellanza sui pattini. La rivoluzione arriva correndo!

Ray (Thomas Jane) e Tanya (Jane Adams)

Cosa avrà questo nuovo telefilm, Hung, perché tutti ne parlano? Ok, vediamolo. Divorato. Dieci episodi, andati in onda tra l’estate e l’autunno scorso dulla rete HBO. Una storia che sembra solo una trovata divertente – un allenatore di basket in serie difficoltà economiche decide di far fruttare il suo grosso coso prostituendosi per sbarcare il lunario  – ma che fin da subito mostra una complessità di tutto rispetto. C’è l’America che se ne va a puttane (in senso lato), con la crisi che tocca ogni fascia sociale. Ray, il nostro eroe, certo, ma anche il marito dermatologo dell’ex moglie. E insieme alle basi del capitalismo si sgretolano certezze, scenari, relazioni e sentimenti. In questo Hung, slang per “ben accessoriato”, è un telefilm corale, dove tutti i personaggi hanno il loro spazio e compongono un pezzo della situazione, interpretati da attori che abbiamo già visto in Tv e al cinema, facce familiari e perfette per il ruolo. Ci sono anche scene di sesso divertenti e abbastanza esplicite ma non è questo il punto: fare il puttano (o gigolò che dir si voglia) non è così facile. Bisogna reinventarsi, sapersi vendere, avere a che fare con situazioni mica tanto lineari e, soprattutto, bisogna rimediare le clienti. Tanya, la storia di una notte di Ray, una poetessa un po’ sfigata che non ha niente in comune con lui, si propone come la sua pappona. Da qui si sviluppa il rapporto principale della storia. Una specie di alleanza di affari tra due che hanno bisogno di soldi, o bisogno tout court, che è però anche un’amicizia sbilenca e mai banale, tenera alla fine. Ray è un ex vincitore che deve vedersela con il crollo di tutto quello che si è costruito: il lavoro che sta perdendo, la casa che è andata a fuoco (vive in una tenda nel suo giardino), le aspettative dei due figli emo-adolescenti e l’ex moglie che lo ha lasciato. Tanya è una perdente da sempre: troppo incasinata, sensibile e complessata per affrontare il capitalismo sentimentale. Tutto si sfascia e cambia assetto, come sabbie mobili, mentre ognuno di loro cerca di non affogare salvando un minimo di umanità. Arrivando all’ultima puntata (dove Tanya legge Donne che corrono con i lupi e possiamo immaginare una rivalsa nella seconda serie) ti rendi conto che il bello della serie sta nella sua verità: preparatevi tutti a diventare presto puttani o papponi.

Principessa. Modella. Reginetta di bellezza. Velina. Ballerina di fila. Playmate. Fatina. Sirenetta. Pussycat Doll. Bambola. Ragazza copertina. Pin-up. Wife-and-girlfriend. Ragazza immagine. Cubista. Malibu Stacy.

L’idea di un mondo popolato esclusivamente da questo genere di donne, per quanto decorative e piacevoli alla vista e al tatto, ha fatto venire un po’ di nausea ad Abi e Emma, creatrici della campagna PinkStinks: il rosa puzza. Il rosa che domina il mercato dedicato alle bambine, premettendo che le femminucce hanno bisogno di un ambiente ovattato, dolcificato e annaquato da portarsi dietro anche nel mondo adulto. In alternativa, la campagna propone la valorizzazione di altri modelli (non modelle) da seguire: creative, sportive, scienziate e businesswomen di successo.

Se il discorso femminista non vi convince, sappiate che la febbre dell’idiozia rosa può avere cause gravi come la messa in vendita di un prosciutto a forma di cuore.

Quelle a sinistra sono fette di prosciutto cotto.

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